Arcavacata, venerdì 22 marzo 2019

Scoperto come alcuni farmaci antidepressivi siano in grado di modificare il funzionamento del processo autofagico in neuroni in coltura primaria


Scoperto per la prima volta come alcuni farmaci antidepressivi siano in grado di modificare il funzionamento del processo autofagico in neuroni in coltura primaria, in specifiche aree del sistema nervoso centrale murino e nel nematode C. Elegans. Si tratta di un risultato importante per la comprensione degli effetti tossici dei farmaci antidepressivi ottenuto dalla collaborazione dei gruppi di ricerca farmacologica guidati dal Prof. Giacinto Bagetta presso la Sezione di Farmacologia Preclinica e Traslazione del Dipartimento Farmacia SSN dell’Unical , dalla Prof.ssa Maria Tiziana Corasaniti del Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università Magna Graecia di Catanzaro e dal Prof. Pierluigi Nicotera, Direttore Scientifica del Centro per lo studio dei disordini neurodegenerativi (DZNE) di Bonn, Germania.
In particolare, lo studio pubblicato sulla rivista del gruppo Nature “Scientific Reports” dimostra come l’antidepressivo clomipramina blocca il flusso autofagico in neuroni ippocampali in coltura primaria determinando l’accumulo di LC3-II e della proteina p62. Il flusso autofagico contribuisce, tra l’altro, al mantenimento dell’omeostasi proteica delle cellule impedendo l’accumulo di materiale proteinaceo insolubile e deleterio per la sopravvivenza cellulare.
Per riprodurre più fedelmente la condizione clinica di trattamento con tale farmaco, sono stati condotti esperimenti nei topini trattati per tre settimane con dosi equivalenti a quelle usate in clinica. Al termine del trattamento, l’analisi sperimentale condotta sia su tessuto cerebrale corticale che epatico ha confermato l’accumula di LC3-II e di p62 confermando l’azione inibente del farmaco sul funzionamento del flusso autofagico. Infine, esperimenti condotti sulle larve del nematode C. Elegans hanno consentito di stabilire come l’effetto della clomipramina sul flusso autofagico sia mentenuto anche in questo organismo filogeneticamente antico.
E’ interessante notare come la fluoxetina, un antidepressivo strutturalmente non correlato alla clomipramina, non condivide le azioni detrimentali di quest’ultima sull’omeostasi autofagica in alcuno dei sistemi sperimentali in cui è stata studiata.
I risultati di tale studio, benchè richiedano ulteriori indagini per la loro conferma, certamente consentono di suggerire come l’impiego in clinica di lungo termine (talvolta anni) della clomipramina e, verosimilmente, di altri antidepressivi ancora da studiare, possa alterare il flusso autofagico predisponendo i neuroni al rischio indotto dall’accumulo di proteine insolubili. Tale azione è ancora più grave in soggetti anziani con diagnosi di patologia cronica degenerativa come la demenza di Alzheimer, il Parkinson ed altre ancora. Infatti, in queste patologie è proprio la presenza di aggregati proteici insolubili uno dei momenti patogenetici più importanti per il mantenimento dello stato neuroinfiammatorio del cervello predisponente alla degenerazione e morte neuronale. Inoltre, tali patologie si possono presentare ancor prima della diagnosi con disturbi depressivi che durano anni prima di giungere alla diagnosi, per esempio, di Alzheimer e, quindi, vengono trattate farmacologicamente con antidepressivi che potrebbero contribuire allo sviluppo della patologia
Questo studio è stato condotto principalmente dalla Dott.ssa Federica Cavaliere ed ha ricevuto il sostegno finanziario dal DZNE (Germania), dal Fondo Sociale Europeo e dal Dipartimento 11 della Regione Calabria.

Scientific RepoRts: www.nature.com/articles/s41598-019-40887-x
 






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ultimo aggiornamento: venerdì 22 marzo 2019 - 14:13